STORIA della Frazione FAVELLONI
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Favelloni Piemonte [ torna all'indice ] [ chiudi questa sezione ]

Favelloni_paese1.jpgFavelloni-Piemonte è posto su una delle colline che, dal Golfo di Sant'Eufemia nel Mar Tirreno salgono, come un immenso anfiteatro, intorno al Promontorio del Poro. Si trova ad un'altezza di circa 300 mt. sul livello del mare; nelle giornate terse dalle vie e dalle piazze si ammira l'incantevole scenario del Golfo, incorniciato dal Monte Reventino e dalla cima del Monte Cucuzzolo.
Il mare è sempre sullo sfondo di una vita, che a volte sembra scorrere troppo lentamente e silenziosamente. Favelloni-Piemonte è a 6 km dalle spiagge di Briatico con le bellissime scogliere della Cocca e di Sant'Irene, con la torre della Rocchetta, costruita nel secolo XVI dal Governo vice-reale spagnolo per difendersi dalle continue incursioni dei Saraceni.
Il capoluogo, Vibo Valentia, la vecchia Monteleone, domina sul lato est col suo castello Normanno-Svevo, edificato sull'acropoli intorno al 1233 per volere dell'imperatore Federico II. Dai terrazzi e le vigne di località "Pietro Papa", alle spalle della Chiesa di San Filippo, si ammira lo scorcio di Pizzo Calabro e la rocca, a picco sul mare, su cui poggia il castello, ove fu giustiziato Gioacchino Murat. Pizzo Calabro è raggiungibile in 20 minuti da Favelloni, così come Troppa, la Perla del Tirreno, che dista circa 25 km.

La storia del Favelloni_paese2.jpgPaese è segnata da una tremenda catena di terremoti, da cui è sempre rinato, trovando la forza nella tenacia della sua gente e in una profonda ed autentica religiosità, che ha la sua massima e commovente espressione nella venerazione del Santo Patrono, Filippo d'Agira; una fede semplice, che se a volte è votata alla rassegnazione, nei momenti tragici diventa la forza ed il senso dell'esistenza. 
Oggi gli abitanti di Favelloni sono poco più di 500, molti sono gli emigrati, spinti a cercare lavoro fuori dalla Calabria o addirittura fuori dall'Italia.



Nel terremoto del 27 marzo del 1638, nella notte di Sabato Santo ci furono 65 case distrutte; nel terremoto del 5 novembre del 1659 due case distrutte; nel terribile terremoto del 5 febbraio del 1783 il paese fu interamente distrutto e ci furono 4 morti; il terremoto del 8 settembre 1905 alle 2.43 di notte distrusse nuovamente il paese e ci furono 7 morti. Ricostruito con l'intervento di un comitato piemontese "l'Opera Pia", il paese nuovo venne inaugurato il 24 ottobre del 1907 sul lato sud-ovest del vecchio abitato e prese il nome, che conserva ancora oggi, di Favelloni-Piemonte. 

Il paese è disposto a raggiera intorno alla Piazza principale del paese, un tempo Piazza Cavour e oggi intitolata a San Filippo; le vie sono larghe e ben allineate; la pianta non rispecchia quella dei paesini caratteristici della Calabria, con strettoie e la Chiesa al centro delle case; 
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i Piemontesi l'hanno ricostruito con criteri antisismici e ben squadrato con la Chiesa posta fuori dal centro del paese, anche se in posizione dominante. Tutte le vie portano i nomi delle città del Piemonte, da cui provenivano i volontari e le maestranze, che lo hanno ricostruito dopo il terremoto del 1905.

La piazza che sta dinanzi la Chiesa di San Filippo, fino al 1995 Piazza Letizia, nobile piemontese, oggi è dedicata a Mons. Giovanni Battista Scalabrini, Apostolo degli Emigranti, come segno di riconoscenza alla CongregFavelloni_paese4.jpgazione degli Scalabriniani, che ha operato per più di vent'anni nella parrocchia di Favelloni e a Mons. Scalabrini, che, tra la fine dell'800 e gli inizi del 900, dedicò la sua vita ai Migranti italiani in tutto il mondo, tra cui vi erano anche i nostri compaesani. 



A nord del paese, sulla strada provinciale che porta a Briatico, si trova la Chiesa della Madonna del Lume, cui è adiacente il cimitero. Nei pressi di questa Chiesa sono stati trovati resti di un'antica necropoli. Nel 1994 è stata inaugurata la Chiesa di San Filippo d'Agira, ristrutturata completamente. Nel 1915 l'edificio religioso era andato distrutto da un incendio insieme alla statua del Santo, i cui resti sono tutt'ora conservati. Oggi la Chiesa presenta due grandi porte in bronzo, dove sono scolpite scene bibliche e della storia di Favelloni, i cui calchi sono state realizzati dall'artista Fortunato Farfaglia 

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di San Gregorio d'Ippona e colate da artigiani del Pavese; le vetrate, autentici capolavori con vari dipinti, raffiguranti motivi e simboli religiosi sono stati realizzati sempre da Fortunato Farfaglia, di questo artista sono pure il basso rilievo del Cristo, scolpito su legno, nella Cappella del Santissimo e il Battistero, sempre in legno con decorazioni su vetro. Favelloni-Piemonte per noi, per i nostri emigranti, sparsi in tutto il mondo e per le generazioni passate è lo scrigno dei ricordi felici dell'infanzia, dell'amara e dura fatica nei campi, l'angolo misterioso e affascinante delle nostre fantasie, dei racconti, delle favole, degli "spiriti", delle leggende e dei miti, l'orizzonte, spesso offuscato, dei nostri sogni e delle nostre speranze, il luogo vivente della nostra memoria. 

 

 

 

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Folklore - Giganti, cammelli di fuoco, ciucci e cavallucci [ torna all'indice ] [ chiudi questa sezione ]

Favelloni_Folk_foto1.jpgC'era una volta un gigante e una gigantessa, un ciuccio, un cavallo e un cammello di fuoco… Sono i personaggi grotteschi e straordinari con i quali possiamo iniziare il nostro racconto nello stesso modo in cui tradizionalmente iniziano le favole. Favole in cui i giganti sono o troppo buoni o troppo cattivi, giganti che si mangiano bambini e che fanno colazione tra pentoloni stracolmi di latte bollente e gigantesche pagnotte di pane duro. I giganti processionali, o da corteo, sono elementi festivi molto popolari che si possono ritrovare nelle feste e celebrazioni di molti Paesi d'Europa. In Spagna, in Catalogna in particolare, vi è una straordinaria abbondanza di giganti già dal XIV secolo. La gigantessa appare per la prima volta vicino al gigante maschio nel XVI secolo e completa la coppia che attualmente conosciamo. I giganti sono citati in alcuni documenti del 1621, mentre la prima fotografia che si conosce dei due alti fantocci è datata 1898. Favelloni_Folk_foto2.jpg I giganti vivono, ancora oggi, nei nostri paesi del Sud dell'Italia, chiusi in bui magazzini per giorni, settimane, mesi. Le teste dei giganti sono staccate dal corpo, chiuse in sacchi di stoffa come reliquie antiche, le strutture di legno poggiate a terra con le braccia penzolanti e i coloratissimi vestiti, chiusi in appositi bauli, riposti al riparo della polvere. All'improvviso arriva la festa e questi strani personaggi riprendono a vivere per un giorno ancora, quasi la festa sia la linfa vitale di cui si nutrono, poi i giganti possono finalmente uscire e riaffermare la loro presenza sul territorio. Come antichi regnanti fanno il giro del paese accompagnati da un ritmo ossessivo ed inconfondibile di tamburi e da un corteo festoso e impaurito di bambini che vogliono, ancora una volta, sfidare la paura. I giganti preparano le strade alla festa. I giganti processionali di Calabria li abbiamo visti anche sul palcoscenico del Teatro Rendano di Cosenza. Ballavano, quasi impacciati, sulle tavole impolverate nel ristretto spazio scenico dello spettacolo "Bastimenti" del musicista ed etnomusicologo Cataldo Perri. Li abbiamo visti, questi giganti, a decine, camminare a due a due per le strade di Limbadi e Briatico, per inventati raduni; li abbiamo visti a carnevale a Vibo Valentia, dieci e più coppie in piazza in un caotico ballare.Favelloni_Folk_foto3.jpg Il gigante e la gigantessa vogliono danzare in un corteggiamento che diventa sempre più infinito, ed è questo il loro destino da sempre: aprire, con i loro balli, ritmi e corteggiamenti, le feste popolari e preparare le strade dei paesi alla festa. Nei paesi della Calabria meridionale i giganti si utilizzano in occasione delle feste dei santi patroni e delle madonne, ma anche per altre feste non religiose e per tutti gli eventi popolari dove si evidenziano riferimenti cronologici di un tempo diverso e straordinario.



 

il Favelloni_Folk_foto4.jpggigante e la gigantessa
La coppia del gigante e della gigantessa si prepara ad uscire in pubblico, rullano i tamburi. Le due alte e inquietanti figure danzano e si corteggiano. In un rituale antichissimo tracciano, per le strade del paese, un itinerario magico simbolico. La festa è il loro mondo, il ritmo la loro vita, la strada e la piazza il loro movimento. I due giganti fanno parte di un'antica tradizione calabrese. "Jijante, gehante, gehanti, gihanta, giaganti": sono solo alcune delle denominazioni dei giganti nelle diverse aree della Calabria. In alcuni luoghi i due giganti sono chiamati Mata e Grifone, in altri pullicinelle, purucineja, con evidente riferimento alla maschera napoletana, senza peraltro avere un rapporto preciso, se non quello generico costituito dal motivo generatore del divertimento. I giganti sfilano per le strade durante le feste di paese per allietare, con i loro balli, un pubblico di piccoli e di grandi e per segnare di festa un percorso all'interno del paese. La normalità di ogni strada diviene così segnata, si reinventa un luogo rituale saturo e ricco di simbolica magia e profonda religiosità. I giganti, alti anche oltre tre metri e mezzo, hanno fatto passare notti insonni ad intere generazioni di bambini. I giganti, dalla testa di cartapesta, abiti a fiori segnati da colori sgargianti e mani indescrivibilmente viscide e inumane, incutono terrore a tutti, una paura profonda, mista al piacere della sfida. Una forte emozione solca il divertimento dei bambini, esorcizza e supera una paura innata e collettiva. La paura - divertimento consiste proprio nel cercare di toccare i giganti per superare la paura stessa. Una sfida per il gigante e la gigantessa che a loro volta rincorrono e cercano di raggiungere e toccare proprio quei bambini che dimostrano di avere più paura. I giganti passano per le strade assolate dei paesi del sud, danzano nello spazio e nel tempo speciale della festa, procedendo in un rituale di corteggiamento antico.

Arrivano da lontano Ma da dove provengono e cosa rappresentano questi alti fantocci? Queste figure disumane arrivano da lontano. Rappresentano i due antichi regnanti Mata e Grifone e durante il loro lungo cammino nel tempo si sono caricate di mito e di simboli. Mata è una regina indigena, Grifone un re turco. Grifone, il gigante maschio, è solitamente raffigurato con la carnagione nera o scura, caratterizzato da un cappellaccio nero o da un elmo argentato o da una corona piumata, grandi baffi neri a manubrio. Mata, la gigantessa, è corredata da collane variopinte, grossi orecchini, guance rosse, frutta e fiori di plastica, fischietti, medaglie dorate e piume colorate… il trionfo del kitsch, il cattivo gusto estetico e dell'oggetto goliardico, valori formali negativi che si ribaltano continuamente divenendo sapienti contenitori della bellezza popolare. In relazione ai giganti alcuni racconti popolari calabresi narrano la storia di una regina rapita da un re venuto da molto lontano, dal mare, dalla Turchia. Ritroviamo questi alti giganti radicati nella cultura popolare della Spagna e vengono in mente ambientazioni che vedono la Calabria durante la dominazione spagnola, poi ancora al periodo delle incursioni turche e ai saraceni. La radice storica del ballo dei giganti è di probabile origine aragonese. Il contatto con la dominazione catalana fece pervenire in Sicilia e in Calabria questa tradizione tutt'ora fortissima in Catalogna. A testimonianza di Favelloni_Folk_foto5.jpgun'antica matrice culturale presente nell'area del Mediterraneo ancora oggi ritroviamo manifestazioni popolari con l'uso dei giganti processionali in Spagna, in Sicilia, a Malta ma anche in Belgio e in Grecia. Un assordante suono di tamburo precede l'avanzare di giganti; rullante e grancassa vibrano freneticamente in un inconfondibile e caratteristico ritmo, per annunciare che stanno arrivando e le scariche di adrenalina si traducono in brividi che corrono veloci dietro la schiena. In molti paesi della Calabria sono stati costruiti esemplari dei giganti che sono vere e proprie opere dell'arte popolare. Sono molto noti e belli quelli di Taurianova, Polistena, Cittanova, Seminara, Palmi, Locri e Bellantoni di Laureana di Borrello (in provincia di Reggio Calabria); di Mesiano, Ionadi, Papaglionti di Zungri, San Leo di Briatico, Briatico, San Costantino di Briatico, Vena Superiore, Potenzoni, Ioppolo, Arzona, Dasà (in provincia di Vibo Valentia); Falerna (in provincia di Catanzaro); Carolei, Marzi e Cellara (in provincia di Cosenza). La tradizione dei giganti è stata recuperata recentemente in alcuni centri della provincia di Vibo Valentia, coppie di giganti più o meno fedeli ai canoni tradizionali, sono stati ricostruiti da gruppi di ricerca e giovani appassionati. A Briatico, per iniziativa di un gruppo di ragazzi, sono stati costruiti i giganteji, due giganti di dimensioni notevolmente ridotte. In altri casi alla coppia classica di gigante e gigantessa è stato aggiunto il figlio dei giganti. Nuove costruzioni e rielaborazioni sono state realizzate a San Costantino e Vibo Marina, dove nel 1989, su iniziativa di un gruppo di appassionati di folklore è nato un centro studi per la ricerca sulla danza e sulla musica popolare denominato proprio "Mata e Grifone". I giganti più antichi sono conservati in collezioni pubbliche e private, in particolare ricordiamo quelli del Museo Calabrese di Etnografia e Folklore Raffaele Corso di Palmi (RC) e quelli della raccolta Raffaele Lombardi Satriani a San Costantino di Briatico (VV). Il gigante e la gigantessa, portati a passo di danza per le vie e le piazze del paese durante le feste principali, vogliono rappresentare i primi uomini, i primi abitatori della terra. Questa leggenda avrebbe relazione con i miti di Saturno, dio del cielo, e di Gea, dea della terra. mastro Miciu capo gigantaro di San Leo
Favelloni_Folk_foto6.jpgLo chiamano "Mastru Miciu" (Miciu in Sicilia è diminuitivo di Domenico), ed è una persona straordinaria che sembra uscire dal mondo delle favole, uno di quei personaggi molto caratterizzati della cultura popolare. Mastro Miciu con i suoi grossi baffi a manubrio assomiglia in modo impressionante al Mangiafuoco del Pinocchio di Collodi ed è, da decine d'anni, conosciuto in tutta la zona come capo gigantaro, proprietario dei giganti di San Leo di Briatico. Mastru Miciu, al secolo Domenico Famà, è nato il 4 agosto del 1925 a Scaletta Zanglea, in provincia di Messina. Di professione mastro stagnino Famà arrivò in Calabria tra gli sfollati della Seconda Guerra Mondiale. Mastro Miciu divenne rinomato gigantaro già nel 1947 quando per la somma di 30.000 lire di allora acquistò gigante e gigantessa da un certo Andrea Mandaradoni di Potenzoni di Briatico. La struttura di legno di questi antichi giganti era fatiscente, tarlata e rotta in più punti. Mastro Miciu fece ricostruire l'armatura di legno seguendo fedelmente la struttura originale. Le teste dei due fantocci erano invece in buone condizioni, ricorda Famà, solo qualche ritocco di colore qua e là per ravvivare i colori resi ormai opachi dal tempo. Favelloni_Folk_foto7.jpgMastro Miciu è ancora oggi fiero d'essere proprietario dei due fantocci e capo gigantaro, mostra con orgoglio trofei e medaglie ossidate dal tempo mentre ci racconta la sua vera storia dei giganti. Parla dei suoi due tamburi rullanti, della grancassa e dei piattini, dei suoi operai ballerini e suonatori. La tradizione del ballo dei giganti arriva in Calabria probabilmente con l'arrivo degli aragonesi, una danza spettacolare dove i due giganteschi protagonisti volteggiano al suono ripetitivo dei tamburi. Una antica cultura comune che lega la Calabria, in particolare la zona meridionale, e la Sicilia orientale. Cammelli, ciucci e cavallucci In Calabria durante le feste di paese vengono utilizzati tre tipi diversi di fantocci di animali processionali. Colorati animali in cartapesta, stoffa ed altri materiali, si conservano di anno in anno per essere riutilizzati nelle festività. Poi ci sono i simulacri di animali che a fine festeggiamenti vengono incendiati e quelli preparati in modo da funzionare come macchine sceniche esplodenti capaci di produrre giochi pirotecnici di luci, scintille e rumori assordanti. Alcuni di questi animali accompagnano il ballo dei giganti, altri vengono ballati a fine serata per chiudere la festa. Molto spesso nella nostra regione il ballo dei giganti è accompagnato dal ballo del cameju, del ciucciu o del cavaju. Fantocci di cammelli, cavallucci o asini, ma anche di elefanti, giraffe e dromedari, simboli di animali arcaici e grotteschi che nel finale delle feste si esibiscono in un pirotecnico ballo di fuoco purificatore. Bruno Cimino nel suo volume "Tropea perla del Tirreno" scrive che "per ricordare la cacciata definitiva degli infedeli saraceni dal territorio di Tropea… durante la festa de "i Tri da Cruci" si rappresenta una tra le figure più odiate dal popolo, quella dell'infedele turco quando in groppa ad un cammello girava per la città e per i casali con il compito di riscuotere le tasse. La singolare rievocazione si svolge con la cattura dell'usuraio, raffigurato da un fantoccio, che viene legato ad un cammello di legno imbottito di fuochi pirotecnici accesi per l'allegorico "ballo du cameju". A Seminara, ci racconta il farmacista Domenico Spinelli, si esce anche con lo "Scavuzzu", lo schiavetto, uno strano personaggio nero in groppa ad un cammello. Lo Scavuzzo segue il corteo dei giganti che sono preceduti a loro volta da un fantoccio di un cavallo che apre il festoso corteo processionale. Giganti, cammello, Scavuzzu e cavallo quando non vengono usati sono alloggiati presso l'antica chiesa di San Marco. Favelloni_Folk_foto8.jpgQuesti fantocci ricoperti di carta velina, di tessuto o nudi di canne legate, sono sempre ciucci, cammelli e cavallucci simulacri di animali arcaici che vengono costruiti per sfilare lungo le strade dei nostri paesi, da soli o con i giganti. Sono animali finti che simboleggiano goffi personaggi del periodo saraceno, l'ingresso dei normanni, il trionfale ingresso a Messina di Ruggero d'Altavilla, o semplicemente voraci belve che mangiano di tutto. Secondo alcuni racconti popolari il ballo si riferisce all'incendio delle navi musulmane ad opera della flotta cristiana nella Battaglia di Lepanto. Altre volte il fantoccio dell'animale viene bruciato e questa operazione ha dei riferimenti propiziatori, di protezione, con una funzione apotropaica: il fuoco purificatore chiude la festa e riporta la normalità del quotidiano vivere. I camejuzzi i focu sono costruiti da scheletri di canna lavorata e da listelli di legno, che vengono rivestiti di carta e successivamente abbelliti con carta velina di diversi colori. Alla costruzione provvedono di solito sempre le stesse persone, fuochisti che tramandano a familiari le esperienze e le informazioni necessarie. Questi personaggi animaleschi sfilano la sera a conclusione della festa e culmina con l'accensione dei fuochi pirotecnici. Un ballo infuocato per purificare il territorio dalle influenze negative, è questa la profonda simbologia di questo rituale di chiusura delle feste nei nostri paesi. La tradizione del camejuzzu i focu tende a sottolineare la funzione protettiva dalle negatività con il suo sopravvissuto rituale di esorcizzazione del nemico invasore turco. Per alcuni "u camejuzzu i focu" simboleggia proprio la cacciata dei musulmani che, per un certo periodo, dominarono alcune città della Calabria ed andavano a riscuotere i tributi con i loro cammelli. Comunque simboleggia in generale un senso di resistenza allo sfruttamento e alla prepotenza. Nel ballo infuocato viene allestito un cammello costruito in modo rudimentale con delle canne riempite di polvere da sparo e cariche esplosive e girandole esplodenti. Quando la festa si conclude un uomo si carica sulle spalle il cammello di canne ed inizia a ballare al ritmo frenetico di tamburi assordanti. Il ballo si protrae per circa un quarto d'ora o mezz'ora tra fumo, spruzzi colorati di fiamme, scoppiettii di petardi e poi in crescendo fino all'esplosione della girandola colorata posta all'altezza della coda.

 

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Le fonti storiche su Favelloni-Piemonte sono poche; sono rari i documenti per una storia che si è tramandata oralmente da generazione in generazione, intrisa di leggenda e di elementi mitici e fantastici, caratterizzata da racconti di Santi ed eroi, raccontata intorno ai bracieri nelle sere di inverno, sotto gli ulivi durante i lavori nei campi. Un popolo che non ha mai trovato il tempo per scrivere la propria storia, ma ha sempre vissuto alla giornata, affrontando le dure condizioni sociali imposte dai padroni e dai baroni stranieri e del luogo, combattendo contro una natura da sempre ostile ed indomabile, contro la fame, la povertà, le carestie. Le prime notizie di Favelloni risalgono al 1130, il paese si chiamava "Favellones", che voleva dire l'insieme dei membri della famiglia Favello: si tratta di un atto di donazione redatto in greco e reca l'anno del Signore 1130. La pergamena originale è andata distrutta durante la Seconda Guerra Mondiale, il documento fortunatamente era stato trascritto da Trinchera nel Syllabus graecarum membranarum, pubblicato nell'anno 1865 a Napoli.

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